Dalla nascita dello Stato di Israele alle guerre regionali contemporanee: territori, alleanze militari, sostegno internazionale, industria della difesa, sionismo e correnti che sostengono il progetto della "Grande Israele".
Questo dossier nasce da una domanda diversa da quella affrontata nella pagina sulla storia israelo-palestinese: come è diventato Israele una potenza militare regionale e perché il conflitto palestinese è oggi collegato a Libano, Siria, Iran, Iraq e Yemen? La risposta non è una sola. Nel corso della sua storia Israele ha combattuto guerre convenzionali con Stati arabi, operazioni contro organizzazioni armate non statali e, più recentemente, confronti diretti con l'Iran. Contemporaneamente ha costruito una rete di alleanze, soprattutto con gli Stati Uniti, e una delle industrie militari più avanzate del mondo. Il risultato è un conflitto che oggi supera largamente i confini di Israele e Palestina.
La storia militare di Israele non è costituita da un'unica guerra. È una successione di guerre interstatali, invasioni, occupazioni, operazioni militari, conflitti con organizzazioni armate e confronti indiretti con potenze regionali.
Dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel maggio 1948, gli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq entrano nel conflitto insieme alle forze israeliane.
La guerra termina con gli armistizi del 1949. Israele controlla un territorio più ampio rispetto a quello assegnato dal piano di partizione ONU del 1947.
Israele attacca l'Egitto nel Sinai contemporaneamente all'intervento militare di Francia e Regno Unito.
La crisi viene fermata sotto la pressione internazionale. Israele si ritira successivamente dal Sinai.
Israele combatte contro Egitto, Giordania e Siria e conquista la penisola del Sinai, Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme Est e le alture del Golan.
Il 1967 è decisivo perché porta sotto controllo israeliano i territori palestinesi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. Da questo momento l'occupazione diventa uno degli elementi strutturali del conflitto.
Egitto e Siria attaccano Israele nel tentativo di recuperare i territori persi nel 1967. La guerra porta successivamente a nuovi negoziati diplomatici.
Israele invade il Libano meridionale dopo una fase di attacchi transfrontalieri legati all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Israele lancia una vasta operazione militare in Libano. Le forze israeliane arrivano fino a Beirut e l'OLP viene costretta a lasciare il Paese.
La guerra contribuisce anche alla nascita e al rafforzamento di Hezbollah, che negli anni successivi diventerà il principale avversario militare di Israele sul fronte libanese.
Dopo il rapimento di due soldati israeliani da parte di Hezbollah, Israele lancia una vasta campagna militare contro il gruppo. Il conflitto dura 34 giorni.
Israele combatte diverse campagne militari contro Hamas e altri gruppi armati palestinesi nella Striscia. Le principali escalation si verificano nel 2008-09, 2012, 2014 e 2021.
Dopo il 7 ottobre 2023 il conflitto si estende progressivamente oltre Gaza. Hezbollah apre un fronte dal Libano, gli Houthi attaccano obiettivi israeliani e navi nel Mar Rosso e gruppi armati sostenuti dall'Iran operano in Iraq e Siria.
Nel 2024 Israele e Iran entrano inoltre in uno scontro diretto con attacchi missilistici e aerei reciproci. Nel 2026 il confronto regionale si amplia ulteriormente. A ottobre 2026 i pasdaran iraniani attaccano le navi nello Stretto di Hormuz, come la gasiera NV Sunshine, e la coalizione saudita lancia un'offensiva su larga scala contro gli Houthi nello Yemen, che il 10 ottobre colpiscono l'aeroporto King Khalid di Riad (almeno 12 morti e 309 feriti); a Gaza, a un anno dalla tregua del 10 ottobre 2025, si contano almeno 1.481 palestinesi uccisi da allora (almeno 1.493 al 12 ottobre secondo il ministero della Salute di Gaza), e il bilancio complessivo dal 7 ottobre 2023 sale al 15 ottobre a 74.396 morti e 175.449 feriti, con 1.505 uccisi dalla tregua (ministero della Salute di Gaza, via Wafa), e al 18 ottobre a 74.475 morti e 175.517 feriti (ministero della Salute di Gaza), saliti al 19 ottobre a 74.480 morti e 175.539 feriti (via Wafa) e al 22 ottobre a 74.498 morti e 175.616 feriti, con 1.538 uccisi dalla tregua (ministero della Salute di Gaza, via Wafa); il bollettino del 24 ottobre dello stesso ministero porta il totale a 74.540 morti e 175.678 feriti; al 25 ottobre il ministero conta 74.544 morti e 175.692 feriti, con almeno 1.551 uccisi e 5.573 feriti dalla tregua (Al Jazeera). Il 25 ottobre un raid israeliano sul campus dell'Università islamica di Gaza City uccide tre guardie di sicurezza (Al Jazeera). Il 26 ottobre un raid su un campo di sfollati a Khan Younis uccide quattro persone, tra cui una bambina di sette anni, e un drone uccide un uomo in una tenda a ovest di Gaza City; secondo fonti mediche il totale sale a 74.555 morti e 175.727 feriti, con 1.559 uccisi e 5.608 feriti dalla tregua (Al Jazeera). Il 23 ottobre due palestinesi di Hebron aprono il fuoco contro un posto di blocco all'uscita nord della città: muoiono due soldati israeliani e i due assalitori, che secondo le fonti israeliane erano legati a Hamas. Netanyahu ordina la chiusura di Hebron e annuncia in Cisgiordania l'operazione «più grande dal 1967»; nella notte sul 24 ottobre l'esercito avvia un'operazione di più giorni in città, che definisce «mirata e limitata» (The Times of Israel, The Jerusalem Post). Wafa riferisce demolizioni a Farsh al-Hawa e il ministero degli Esteri palestinese, citato da Xinhua, parla di «punizione collettiva»; il portavoce dell'Onu Stéphane Dujarric si dice «estremamente allarmato» per l'intensificarsi della violenza. Il 24 ottobre a Hebron l'esercito ordina con gli altoparlanti, nella notte, lo sgombero di intere zone: il sindaco Youssef al-Jaabari parla con Al Jazeera di circa 2.200 sfollati, il ministro della Difesa Israel Katz di circa 2.000, e il comune segnala circa 35 ettari distrutti o destinati alla demolizione; Katz dice che i residenti non torneranno finché non saranno risolte «tutte le questioni di Hamas a Hebron». Secondo il governatore Khaled Dudin è coinvolto circa un terzo della città. Nella Cisgiordania sotto chiusura totale le forze israeliane entrano in almeno 15 località e arrestano circa 70 palestinesi; B'Tselem afferma che le misure possono configurare crimini di guerra (The National Desk, Afp/Taipei Times). Netanyahu, a due giorni dal voto israeliano del 27 ottobre, annuncia a i24News una «grande sorpresa» anche per l'Autorità nazionale palestinese (Afp). Il 24 ottobre, secondo il Wall Street Journal, la portaerei USS George Washington nel Mar Arabico carica bombe anti-bunker GBU-31: il Pentagono dice che nessuna decisione è stata presa; il capo di stato maggiore iraniano Ali Abdollahi risponde che nessuna nave da guerra Usa entrerà nel Golfo Persico (Press TV) e a Istanbul otto Paesi, Italia compresa, chiedono di evitare nuovi attacchi (Al Jazeera). Il Brent chiude a 116,72 dollari. Nello Yemen gli Houthi colpiscono di nuovo Aden e detriti di un missile cadono sulla Mecca, senza un bilancio verificato (Al Jazeera). Sul fronte iraniano, secondo il New York Times militari americani e israeliani preparano nuovi attacchi dopo il voto Usa del 3 novembre; il 23 ottobre Trump evoca «un'altra piccola Epic Fury» e Netanyahu chiede di rovesciare il governo di Teheran (Times of Israel con Reuters). Nel Golfo gli Houthi colpiscono l'aeroporto saudita di Dammam e il giacimento di Shaybah (quattro morti in tutto) e il Brent tocca 114,7 dollari. Il 19-20 ottobre la tregua con l'Iran resta appesa: Hegseth è da Netanyahu, che secondo Cbs dice a Trump «Donald, abbiamo un lavoro da finire»; Teheran si appella all'Onu, i negoziati sono fermi con il Pakistan unico mediatore, e a Tampa (Centcom) Libano e Israele avviano colloqui militari sul disarmo di Hezbollah. Il 18 ottobre Trump annuncia il suo «completo e totale» sostegno a Netanyahu in vista del voto israeliano del 27 ottobre (Al Jazeera), mentre a Hormuz i pasdaran parlano di due petroliere in fiamme per le mine, senza conferme indipendenti, e l'UKMTO conta almeno 12 navi attaccate nella settimana chiusa il 16 ottobre, il dato più alto dall'inizio della guerra (Al Jazeera). Secondo l'agenzia sudcoreana Financial News, dall'11 ottobre almeno nove petroliere e navi da carico sono state attaccate nello Stretto di Hormuz; il 16 ottobre, riferisce EnergyNow, la coalizione guidata da Riad intercetta un missile balistico diretto contro il porto saudita di Yanbu. In Libano, il 15 ottobre Hezbollah riconosce come proprio il furgone con circa 780 chili di esplosivi fermato il 5 ottobre a Dahr al-Baidar e ne chiede la restituzione; il segretario di Stato Usa Marco Rubio chiede al presidente Joseph Aoun di non restituirlo (AP, Al Jazeera). In Cisgiordania, il 12 ottobre il ministro della Difesa Israel Katz definisce «permanente» la presenza dell'esercito nei campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, dopo che l'Alta corte ha chiesto un calendario per il rientro dei residenti entro il 23 novembre (The Times of Israel, The Media Line). Il 16 ottobre, ad Abu Falah, a nord di Ramallah, coloni mascherati aggrediscono palestinesi impegnati nella raccolta delle olive e la fotoreporter del Washington Post Heidi Levine; esercito e polizia israeliani aprono un'indagine (Agenzia Nova, The Times of Israel). Il 17 ottobre coloni aprono il fuoco su raccoglitori di olive e attivisti a Deir Jarir, secondo giorno consecutivo di attacchi, e a Kafr Malik uccidono a coltellate una ventina di pecore di proprietà palestinese; a Gaza City un drone israeliano uccide un uomo che l'esercito definisce un miliziano (The Times of Israel). Sul confine, il 16 ottobre oltre 700 persone, tra cui deputati della Knesset, allestiscono l'avamposto «Halutzei Gaza» di fronte a Gaza City, che il movimento dei coloni Nachala vorrebbe spostare dentro la Striscia (Next Century Foundation). Nel Golfo, secondo l'agenzia britannica Ukmto, nella settimana chiusa il 16 ottobre almeno 12 navi vengono attaccate a Hormuz; il 17 i pasdaran annunciano che una superpetroliera ha urtato una mina e preso fuoco, mentre il comandante del Centcom Brad Cooper sostiene che lo stretto è controllato dagli Stati Uniti e dai partner regionali (Al Jazeera, Radio Free Europe). Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre una nuova allerta aerea suona a Riad e quattro droni vengono abbattuti; la coalizione saudita conta da inizio mese 20 attacchi degli Houthi contro l'aeroporto King Khalid, con 17 morti e 333 feriti. Teheran nega di armare gli Houthi, Riad e Washington lo accusano. In vista del voto israeliano del 27 ottobre, il leader dell'opposizione Yair Lapid dice di temere che Netanyahu lanci un attacco all'Iran capace di stravolgere le elezioni (The Times of Israel). Il 25 ottobre, a due giorni dal voto, la campagna si chiude con toni duri: Gadi Eisenkot, leader di Yashar, dice che Netanyahu «non si fermerà davanti a nulla» pur di restare al potere; Netanyahu avverte che una vittoria dell'opposizione darebbe la cittadinanza a «centinaia di migliaia di palestinesi». Negli ultimi sondaggi Yashar è primo con 22-23 seggi, il Likud segue con 19-21 e nessun blocco arriva ai 61 seggi. L'esercito annuncia la chiusura della Cisgiordania nel giorno del voto. A Hebron l'Autorità palestinese conta 2.670 sfollati, il municipio oltre 2.200 (The Times of Israel, Haaretz, Ap). Sull'Iran, Trump dice che nuovi attacchi prima del voto Usa del 3 novembre sono possibili, ma lo è anche un accordo; il presidente iraniano Masoud Pezeshkian accusa Washington di sabotare i colloqui e il Dipartimento di Stato riduce il personale delle ambasciate in Giordania, Libano, Qatar ed Emirati. La coalizione saudita dice di aver abbattuto un missile balistico degli Houthi diretto su Riad e un missile da crociera diretto su Khamis Mushait (The Times of Israel). Il 27 ottobre circa 7,3 milioni di israeliani votano per la Knesset, il primo voto politico dopo il 7 ottobre 2023; gli exit poll sono attesi alle 22 ora locale. Alla vigilia Channel 12 e la radio dell'esercito riferiscono di uno scontro «senza precedenti» tra Netanyahu e il capo di Stato maggiore Eyal Zamir su un'azione militare che potrebbe portare a un confronto con l'Iran; il ministro della Difesa Israel Katz smentisce e dice che Israele non intende attaccare l'Iran prima del voto. Secondo la tv pubblica Kan, Netanyahu ha respinto anche la proposta di Zamir di chiudere l'operazione a Hebron, dove Wafa conta 3.971 sfollati (The Times of Israel, The New Arab). Lunedì a Teheran Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, firmatari del «patto della Mecca», hanno incontrato i vertici iraniani, senza annunci concreti (Al Jazeera, Cbs News). Secondo fonti libanesi sentite da Reuters, Hezbollah ha usato fondi iraniani per riarmarsi in vista di una nuova guerra con Israele; il movimento nega che le sue strutture di comando siano crollate. Il voto del 27 ottobre non dà una maggioranza: secondo i risultati diffusi nella notte del 30 ottobre il blocco di Netanyahu ha 53 seggi su 120, quello di Gadi Eisenkot 48 e le due liste arabe 19; per governare ne servono 61, e il Likud resta primo partito con 27 deputati (Ansa). Il 1° novembre Trump dice di «non avere fretta» con l'Iran ma che restano «uno o due siti» da colpire; secondo il Wall Street Journal, citato dal Times of Israel, ha sentito al telefono Netanyahu, mentre da Teheran la Guida suprema minaccia una risposta «geograficamente illimitata» (Times of Israel, Ap).
Uno degli elementi fondamentali per comprendere la politica israeliana è la relazione tra sicurezza e territorio.
| Territorio | Situazione | Perché è importante |
|---|---|---|
| Cisgiordania | Territorio palestinese occupato da Israele dal 1967. | Insediamenti, sicurezza, continuità territoriale di un eventuale Stato palestinese. |
| Gerusalemme Est | Conquistata da Israele nel 1967 e successivamente annessa da Israele. L'annessione non è riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale. | Luogo centrale per ebrei, musulmani e cristiani. |
| Gaza | Israele ha ritirato esercito e insediamenti nel 2005, mantenendo tuttavia un controllo significativo su molti aspetti dell'accesso, dei confini e dello spazio circostante. | Centro della guerra contro Hamas dal 2008 e soprattutto dal 2023. |
| Golan | Conquistato alla Siria nel 1967 e annesso da Israele nel 1981. La maggior parte della comunità internazionale non riconosce l'annessione. | Posizione strategica dominante sulla Siria settentrionale. |
| Sinai | Conquistato nel 1967 e restituito all'Egitto nell'ambito del trattato di pace israelo-egiziano. | Dimostra che alcuni territori conquistati militarmente sono stati successivamente restituiti attraverso accordi diplomatici. |
Il rapporto con Washington rappresenta uno dei pilastri della potenza militare israeliana.
Gli Stati Uniti forniscono a Israele sostegno militare, cooperazione d'intelligence, sistemi d'arma, tecnologia e sostegno diplomatico.
Il rapporto non significa però che Washington e Gerusalemme abbiano sempre identiche posizioni politiche. Nel corso dei decenni gli Stati Uniti hanno esercitato anche pressioni su Israele in materia di insediamenti, negoziati e guerra.
Israele rappresenta per Washington uno dei principali partner militari e d'intelligence in Medio Oriente.
Il rapporto consente agli Stati Uniti di mantenere una forte presenza strategica in una regione fondamentale per energia, commercio e sicurezza.
Il sostegno a Israele ha anche una dimensione politica interna negli Stati Uniti, dove il rapporto con Israele è sostenuto da importanti segmenti dell'elettorato, del Congresso e della società civile.
La cooperazione militare produce inoltre rapporti industriali, tecnologici e commerciali tra aziende della difesa dei due Paesi.
Dal punto di vista israeliano, la minaccia non proviene soltanto dai palestinesi. La strategia di sicurezza considera Iran, Hezbollah, Hamas, milizie irachene e Houthi come elementi collegati di una più ampia rete ostile.
Le relazioni non sono identiche: il termine "proxy" viene utilizzato frequentemente, ma alcuni gruppi possiedono autonomia politica e militare e non sono semplicemente esecutori di ordini iraniani.
L'Iran è il principale avversario regionale di Israele. Teheran sostiene una rete di organizzazioni armate e politiche che si oppongono a Israele.
Hezbollah è un movimento politico e militare libanese fortemente sostenuto dall'Iran. È diventato il principale avversario militare di Israele sul fronte settentrionale.
Gli Houthi controllano una parte significativa dello Yemen. L'Iran fornisce loro armi, addestramento e assistenza tecnica. Dal 2023 hanno attaccato navi nel Mar Rosso e lanciato missili verso Israele.
Il coinvolgimento degli Houthi ha trasformato la guerra di Gaza in una questione che riguarda anche il commercio internazionale attraverso Bab el-Mandeb e il Mar Rosso.
La potenza militare israeliana non dipende soltanto dal bilancio dello Stato. Il sistema comprende produzione nazionale, esportazioni militari, investimenti tecnologici e soprattutto una relazione finanziaria e militare privilegiata con gli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti hanno fornito per decenni assistenza militare a Israele e garantiscono un rapporto privilegiato nell'accesso a sistemi d'arma, tecnologie e cooperazione strategica.
I rapporti europei comprendono commercio, ricerca, tecnologia, investimenti e cooperazione industriale. La posizione politica dei singoli Stati europei non è però uniforme.
Aziende israeliane producono sistemi radar, missili, droni, difesa aerea, elettronica, cyber e tecnologie militari.
Israele è anche un importante esportatore di tecnologia militare. Le sue aziende vendono sistemi e servizi di difesa a numerosi Paesi.
Finanziare Israele, acquistare prodotti israeliani, fornire armi, condividere intelligence e sostenere diplomaticamente Israele sono forme differenti di sostegno.
Nel dossier vengono quindi mantenute separate per evitare di trasformare rapporti diversi in un'unica categoria.
La forza israeliana non deriva soltanto dalle dimensioni dell'esercito. Israele ha sviluppato un complesso militare-industriale molto avanzato.
Iron Dome, David's Sling e Arrow costituiscono diversi livelli della rete israeliana di difesa contro razzi e missili.
Israele è uno dei principali sviluppatori ed esportatori mondiali di sistemi senza pilota.
Il settore israeliano della sicurezza informatica è strettamente collegato alla ricerca militare e all'intelligence.
Le capacità tecnologiche e d'intelligence permettono a Israele di individuare e colpire obiettivi molto lontani dal proprio territorio.
Per decenni Israele e Iran hanno evitato una guerra totale diretta, combattendo soprattutto attraverso alleati e operazioni clandestine.
La strategia iraniana ha costruito una rete regionale che viene frequentemente definita "Asse della Resistenza".
Iran → Hezbollah → Libano
Iran → Houthi → Yemen / Mar Rosso
Iran → milizie → Iraq e Siria
Iran → sostegno a Hamas e Jihad islamica palestinese
Secondo il Council on Foreign Relations, l'Iran ha fornito per anni armi, addestramento e finanziamenti a diversi gruppi della regione. Gli Houthi, tuttavia, conservano una propria autonomia e non possono essere descritti semplicemente come un esercito iraniano.
Il sionismo nasce alla fine del XIX secolo come movimento politico nazionale ebraico. Una delle sue figure fondamentali è Theodor Herzl.
Il movimento nasce in un'Europa caratterizzata da antisemitismo, persecuzioni e violenza contro le comunità ebraiche. Per molti sionisti la creazione di uno Stato ebraico rappresentava una soluzione politica alla vulnerabilità degli ebrei europei.
Creazione e mantenimento di uno Stato nazionale ebraico.
Storicamente legato ai kibbutz e alla costruzione collettiva della società israeliana.
Corrente associata a una concezione più ampia e assertiva del territorio e della sicurezza nazionale.
Collega il progetto nazionale ebraico alla dimensione religiosa e alla relazione con la Terra d'Israele.
Il dibattito sul sionismo diventa particolarmente controverso quando la rivendicazione di uno Stato ebraico viene collegata al controllo territoriale della Palestina storica.
Per i sostenitori del sionismo, la sicurezza e l'autodeterminazione ebraica richiedono uno Stato forte. Per i suoi critici, il progetto storico sionista ha prodotto espropriazione, espulsione e subordinazione della popolazione palestinese.
L'espressione "Grande Israele" viene utilizzata per descrivere diverse concezioni territoriali che vanno oltre gli attuali confini internazionalmente riconosciuti di Israele.
Non esiste però un unico documento che rappresenti automaticamente la politica ufficiale di tutti i governi israeliani. Il termine viene utilizzato soprattutto nel dibattito politico e ideologico.
Le concezioni più estese della Terra d'Israele sono legate soprattutto a correnti del sionismo revisionista e, successivamente, al sionismo religioso e al movimento degli insediamenti.
Perché una parte della destra israeliana sostiene l'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e alcuni esponenti politici hanno sostenuto forme di annessione o di controllo permanente del territorio.
Nel 2026 la questione degli insediamenti continua a essere uno dei principali punti di frizione tra Israele, palestinesi e comunità internazionale.
Non è corretto trasformare la teoria della "Grande Israele" in una prova automatica dell'esistenza di un piano ufficiale per conquistare tutti i territori circostanti. È invece documentabile l'esistenza di correnti politiche e religiose israeliane favorevoli a una maggiore espansione territoriale e all'annessione di parti della Cisgiordania.
Non esiste un singolo "progetto israeliano" condiviso da tutti gli israeliani, da tutti i governi o da tutti i partiti. Esistono però alcuni obiettivi strategici ricorrenti.
Impedire che organizzazioni armate o Stati ostili possano costruire una capacità militare capace di minacciare il territorio israeliano.
Mantenere una superiorità tecnologica e militare rispetto agli avversari regionali.
Garantire il controllo di aree considerate strategicamente o storicamente importanti da Israele, soprattutto Gerusalemme e, per alcune correnti, parti della Cisgiordania.
Impedire all'Iran di costruire una rete militare stabile attorno a Israele e di sviluppare capacità nucleari e missilistiche considerate una minaccia.
Mantenere il rapporto strategico con gli Stati Uniti come principale garanzia internazionale di sicurezza.
Ampliare i rapporti diplomatici ed economici con gli Stati arabi, riducendo l'isolamento regionale di Israele.
La questione palestinese è diventata il centro di un sistema molto più ampio.
Israele considera la propria sicurezza inseparabile dal contenimento di Iran, Hezbollah, Hamas e delle altre organizzazioni armate della regione.
I suoi avversari considerano invece la presenza militare israeliana, l'occupazione dei territori palestinesi e il sostegno occidentale a Israele come parte di un sistema di potere che impedisce la nascita di uno Stato palestinese pienamente sovrano.
Il conflitto contemporaneo non può quindi essere letto soltanto attraverso Gaza: bisogna guardare contemporaneamente a Palestina, Israele, Libano, Siria, Iran, Iraq, Yemen, Stati Uniti e alle dinamiche energetiche e commerciali della regione.
| Attore | Chi sostiene | Forma di sostegno |
|---|---|---|
| Stati Uniti | Israele | Assistenza militare, armi, tecnologia, cooperazione strategica e sostegno diplomatico. |
| Iran | Hezbollah, Hamas, Jihad islamica, Houthi e milizie regionali | Finanziamenti, armi, addestramento, intelligence e tecnologia, con livelli differenti a seconda del gruppo. |
| Qatar | Gaza / Hamas | Assistenza finanziaria e umanitaria e ruolo diplomatico. Il Qatar ha inoltre ospitato l'ufficio politico di Hamas. |
| Turchia | Hamas | Sostegno politico e relazioni con la leadership del movimento. Le accuse relative al finanziamento di attività terroristiche sono contestate da Ankara. |
| Paesi arabi | Palestinesi | Aiuti umanitari, ricostruzione e sostegno diplomatico. |
| Israele | Autorità Palestinese | Non si tratta di un semplice finanziamento. Israele raccoglie per conto dell'Autorità Palestinese parte delle entrate doganali e fiscali palestinesi e successivamente le trasferisce, con periodiche sospensioni o trattenute. |
Il sistema regionale non è composto da due blocchi perfettamente simmetrici. Gli Stati Uniti sono un alleato statale di Israele; l'Iran sostiene invece una rete di organizzazioni armate e partner regionali con gradi diversi di autonomia.
Allo stesso modo, gli aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese non devono essere automaticamente classificati come finanziamento di Hamas.
La domanda non è soltanto perché Israele combatte. È capire quale combinazione di sicurezza, territorio, ideologia, alleanze internazionali e interessi geopolitici abbia prodotto l'attuale sistema regionale.
Israele combatte contro Hamas a Gaza, contro Hezbollah in Libano, contro gruppi sostenuti dall'Iran in diversi Paesi e contro l'Iran stesso. Contemporaneamente mantiene una relazione strategica privilegiata con gli Stati Uniti e rapporti economici e diplomatici con numerosi Paesi occidentali e arabi.
Per una parte della società israeliana questo sistema è necessario per garantire la sopravvivenza dello Stato. Per i suoi critici rappresenta invece un modello di potere regionale basato sulla superiorità militare, sull'occupazione e sul controllo territoriale.
Capire la differenza tra queste due interpretazioni — e verificare quali elementi siano fatti documentati e quali siano interpretazioni politiche — è il punto centrale di questo dossier.