La Palestina non è soltanto il luogo nel quale oggi si combatte una guerra. È anche la storia di un popolo, di una società, di famiglie e comunità che per generazioni hanno vissuto nella stessa regione, hanno sviluppato una propria identità nazionale e hanno attraversato guerre, espulsioni, occupazione, diaspora e perdita della propria terra.
Raccontare la Palestina significa quindi raccontare le persone prima ancora delle organizzazioni politiche e militari: contadini, lavoratori, studenti, famiglie, rifugiati, cittadini di Gaza, abitanti della Cisgiordania, palestinesi di Gerusalemme e milioni di persone della diaspora.
Chi sono i palestinesi?
I palestinesi sono un popolo arabo originario della Palestina storica. La loro identità nazionale moderna si sviluppa soprattutto tra la fine dell'Ottocento e il Novecento, parallelamente alla nascita di altri nazionalismi nella regione.
Essere palestinese non significa appartenere a una sola religione. La maggioranza della popolazione palestinese è musulmana sunnita, ma esiste anche una storica comunità cristiana palestinese e una piccola comunità samaritana. La società palestinese comprende inoltre persone religiose e non religiose, comunità urbane e rurali e popolazioni residenti in territori differenti.
I palestinesi vivono principalmente nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, ma milioni di loro vivono anche in Giordania, Libano, Siria e in altri Paesi del mondo.
La loro identità non nasce con Hamas, con Fatah o con l'Autorità Palestinese. Queste sono organizzazioni e strutture politiche relativamente recenti rispetto alla storia della popolazione palestinese.
La Palestina prima di Israele
Per secoli la Palestina fece parte dell'Impero ottomano. La popolazione era composta prevalentemente da arabi palestinesi musulmani e cristiani, insieme a comunità ebraiche storiche presenti in città come Gerusalemme, Safed, Tiberiade ed Hebron.
La società era prevalentemente agricola, ma esistevano importanti centri urbani e commerciali. Gerusalemme, Giaffa, Haifa, Nablus, Gaza, Acri e altre città costituivano nodi economici e culturali della regione.
Alla fine dell'Ottocento cominciarono a svilupparsi contemporaneamente due fenomeni destinati a modificare radicalmente la regione:
- la nascita e la crescita del nazionalismo arabo;
- la nascita del movimento sionista europeo, che sosteneva la creazione di una patria nazionale ebraica in Palestina.
Il sionismo nasce anche come risposta alle persecuzioni e all'antisemitismo europeo. La sua crescita produce però una conseguenza fondamentale per la popolazione araba già residente nella Palestina: la crescente competizione per terra, immigrazione, rappresentanza politica e futuro del territorio.
Il Mandato britannico
Durante la Prima guerra mondiale l'Impero ottomano viene sconfitto. La Palestina passa sotto controllo britannico e successivamente viene istituito il Mandato britannico della Palestina.
Nel 1917 il governo britannico pubblica la Dichiarazione Balfour, sostenendo la creazione in Palestina di un "focolare nazionale" per il popolo ebraico, precisando al tempo stesso che non dovessero essere danneggiati i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche.
Per la popolazione araba palestinese si apre una contraddizione fondamentale: la popolazione locale chiede autodeterminazione e indipendenza, mentre una parte crescente del progetto internazionale riguarda la costruzione di una patria nazionale ebraica.
Durante il Mandato aumenta l'immigrazione ebraica, soprattutto negli anni Trenta e Quaranta, anche a causa delle persecuzioni naziste e dell'Olocausto.
Parallelamente cresce l'opposizione araba palestinese all'immigrazione e alla prospettiva di una trasformazione politica permanente del territorio.
La rivolta palestinese
Tra il 1936 e il 1939 esplode una grande rivolta araba palestinese contro il Mandato britannico.
Le richieste comprendevano la fine dell'immigrazione ebraica, la limitazione delle vendite di terre e l'indipendenza politica.
La rivolta viene repressa dalle autorità britanniche con l'impiego massiccio delle proprie forze militari e di sicurezza, mentre vengono adottate misure contro le organizzazioni palestinesi.
Il movimento nazionale palestinese esce dalla repressione profondamente indebolito proprio nel momento in cui il conflitto tra il progetto sionista e quello palestinese sta diventando decisivo.
La Nakba: la catastrofe palestinese
Per i palestinesi il 1948 rappresenta la Nakba, cioè "catastrofe": la distruzione di una parte enorme della società palestinese e la trasformazione di centinaia di migliaia di persone in profughi.
Nel novembre 1947 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approva la Risoluzione 181, che propone la divisione della Palestina mandataria in uno Stato ebraico e uno Stato arabo, con Gerusalemme sottoposta a un regime internazionale.
La leadership sionista accetta il piano come base per la creazione dello Stato ebraico. La leadership araba palestinese e gli Stati arabi respingono il progetto.
Nel maggio 1948 viene proclamato lo Stato di Israele. Segue una guerra nella quale vengono coinvolti anche gli eserciti di diversi Stati arabi.
Nel corso della guerra una parte enorme della popolazione palestinese lascia le proprie case. In numerosi casi le persone fuggono dai combattimenti; in altri casi vengono espulse o non viene loro consentito di tornare.
La questione non riguarda soltanto le persone che fuggirono nel 1948. Riguarda anche la possibilità di tornare nelle proprie case, recuperare le proprietà e mantenere il legame con i luoghi di origine.
La Nakba non è soltanto una data
Per una famiglia palestinese la Nakba può significare la perdita della casa, della terra agricola, del villaggio, dei documenti, del patrimonio familiare e della possibilità di tornare.
Per questo la memoria del 1948 rimane centrale nell'identità palestinese ancora oggi.
Una popolazione dispersa
Dopo il 1948 i rifugiati palestinesi si distribuiscono soprattutto nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, Giordania, Libano e Siria.
Nel 1949 nasce l'UNRWA, l'agenzia delle Nazioni Unite creata per assistere i rifugiati palestinesi.
Nel corso delle generazioni la popolazione rifugiata cresce e molti discendenti continuano a essere registrati come rifugiati.
Nascono grandi campi profughi che nel tempo diventano vere e proprie città.
Per molti palestinesi il campo profughi non rappresenta soltanto povertà: rappresenta anche la memoria della casa e del villaggio lasciati dalla famiglia.
La guerra dei Sei Giorni e l'occupazione
Nel giugno 1967 Israele combatte contro Egitto, Giordania e Siria e conquista la Cisgiordania, Gerusalemme Est, Gaza, il Sinai e le alture del Golan.
Il Sinai viene successivamente restituito all'Egitto nell'ambito del trattato di pace israelo-egiziano.
La situazione palestinese è diversa.
La Cisgiordania e Gerusalemme Est vengono sottoposte al controllo israeliano. Anche Gaza viene occupata militarmente.
Da quel momento la questione dell'occupazione diventa uno dei problemi centrali del conflitto.
Nel corso dei decenni successivi vengono costruiti insediamenti israeliani nei territori occupati.
Cosa significa occupazione nella vita quotidiana?
L'occupazione non è soltanto una questione militare.
Per molti palestinesi significa vivere in un territorio nel quale l'esercito israeliano mantiene un ruolo determinante nella sicurezza, nei movimenti e nel controllo territoriale.
In Cisgiordania esistono checkpoint, strade con regimi di accesso differenti, restrizioni alla mobilità, demolizioni, confische e procedimenti legati alla costruzione e all'espansione degli insediamenti.
Esiste inoltre una forte differenza tra le diverse aree della Cisgiordania, che non possono essere trattate come se fossero tutte sottoposte allo stesso identico regime.
La Corte internazionale di giustizia ha considerato gli insediamenti israeliani nei territori occupati contrari al diritto internazionale.
La Prima Intifada
Nel dicembre 1987 scoppia la Prima Intifada.
È una sollevazione popolare palestinese contro l'occupazione israeliana.
Comprende scioperi, proteste, boicottaggi, manifestazioni, disobbedienza civile e anche violenze.
La rivolta modifica profondamente la percezione internazionale della questione palestinese e contribuisce alla nascita di nuove organizzazioni politiche.
Nel 1987 nasce anche Hamas, organizzazione islamista palestinese collegata ai Fratelli Musulmani.
La Seconda Intifada
Nel 2000 il processo di pace entra in crisi e scoppia la Seconda Intifada.
Questa fase è molto più militarizzata della prima.
Gruppi armati palestinesi compiono attentati suicidi e attacchi contro civili israeliani.
Israele risponde con operazioni militari su larga scala, incursioni nei territori palestinesi, arresti e demolizioni.
Il risultato è un enorme numero di vittime palestinesi e israeliane e una nuova distruzione del tessuto economico e sociale palestinese.
Gli accordi che avrebbero dovuto creare uno Stato palestinese
Nel 1993 Israele e Organizzazione per la Liberazione della Palestina si riconoscono reciprocamente.
Nasce l'Autorità Palestinese.
L'obiettivo dichiarato è arrivare a una soluzione definitiva del conflitto.
Ma le questioni fondamentali restano irrisolte:
- confini;
- Gerusalemme;
- insediamenti israeliani;
- rifugiati;
- sicurezza;
- status definitivo dei territori palestinesi.
L'assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin nel 1995, l'aumento delle violenze e la crescente sfiducia tra le parti indeboliscono ulteriormente il processo.
Lo Stato palestinese indipendente previsto come risultato finale del processo non viene creato.
Il ritiro da Gaza e la nascita della divisione palestinese
Nel 2005 Israele ritira soldati e coloni dalla Striscia di Gaza.
Nel 2006 Hamas vince le elezioni legislative palestinesi.
Nel 2007 Hamas prende il controllo della Striscia dopo lo scontro armato con Fatah.
Da quel momento il sistema politico palestinese si divide:
Autorità Palestinese / Fatah
L'Autorità Palestinese mantiene il controllo amministrativo di parti della Cisgiordania e collabora con Israele su alcuni aspetti della sicurezza.
Hamas
Hamas mantiene il controllo politico e militare della Striscia fino alla guerra iniziata nel 2023.
La divisione politica palestinese rende ancora più difficile la nascita di una strategia nazionale comune.
La Striscia di Gaza
Gaza è una piccola fascia costiera densamente popolata.
La sua popolazione comprende una percentuale enorme di discendenti dei rifugiati palestinesi del 1948.
Dopo la presa del potere da parte di Hamas nel 2007, Israele e Egitto impongono severe restrizioni al movimento di persone e merci.
Israele afferma che tali misure siano necessarie per impedire il trasferimento di armi e il rafforzamento di Hamas.
Per la popolazione palestinese il risultato è stato un forte isolamento economico e territoriale, con conseguenze sulla mobilità, sull'economia, sulla sanità, sull'elettricità, sull'acqua e sulle infrastrutture.
Prima della guerra del 2023 Gaza aveva già attraversato numerose operazioni militari e crisi umanitarie.
Una popolazione che vive tra guerre successive
Prima del 7 ottobre 2023 Gaza aveva già conosciuto grandi operazioni militari nel 2008-2009, nel 2012, nel 2014 e nel 2021, oltre a numerosi episodi di violenza di minore durata.
Queste guerre hanno prodotto migliaia di morti palestinesi, centinaia di morti israeliani, distruzione di abitazioni e infrastrutture e cicli continui di ricostruzione e nuova distruzione.
La guerra più devastante
Il 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi attaccano Israele, uccidendo circa 1.200 persone e prendendo ostaggi.
L'attacco provoca una risposta militare israeliana su scala senza precedenti nella Striscia.
La guerra produce una distruzione enorme.
Quartieri residenziali vengono distrutti o gravemente danneggiati. Ospedali, scuole, infrastrutture idriche, reti elettriche, strade e attività economiche vengono colpiti o resi inutilizzabili.
Milioni di persone vengono costrette a spostarsi almeno una volta e molte più volte.
Donne e bambini
La guerra ha colpito una popolazione nella quale i bambini rappresentano una quota enorme degli abitanti.
Le autorità sanitarie di Gaza hanno riportato decine di migliaia di morti palestinesi dall'inizio della guerra, con donne e bambini tra le vittime.
Le cifre precise cambiano nel tempo e devono essere lette insieme alle metodologie utilizzate dalle fonti.
Nel 2026 la situazione umanitaria continua a essere gravissima. OCHA ha documentato una popolazione ancora colpita da distruzione, sfollamento, scarsità di servizi essenziali e forti difficoltà di accesso all'acqua e agli aiuti. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, ripreso dall'agenzia Wafa, al 15 ottobre 2026 i palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023 sono 74.396, con 175.449 feriti; a un anno dalla tregua del 10 ottobre 2025 se ne contano almeno 1.481 uccisi da allora, saliti ad almeno 1.493 al 12 ottobre secondo lo stesso ministero, ripreso da Antiwar.com (Reuters riporta «almeno 1.400»), e a 1.505 al 15 ottobre secondo il bollettino ripreso da Wafa. Al 18 ottobre, secondo lo stesso ministero, il bilancio dal 7 ottobre 2023 è salito a 74.475 morti e 175.517 feriti, e al 19 ottobre a 74.480 morti e 175.539 feriti (via Wafa); al 22 ottobre i morti sono 74.498 e i feriti 175.616, con 1.538 palestinesi uccisi dalla tregua (Ministero della Salute di Gaza, via Wafa), e il bollettino del 24 ottobre dello stesso ministero porta il totale a 74.540 morti e 175.678 feriti. Il 23 ottobre, dopo l'attacco di due palestinesi a un posto di blocco all'uscita nord di Hebron, in cui sono morti due soldati israeliani e gli stessi assalitori, Israele ha chiuso la città e nella notte sul 24 ottobre ha avviato un'operazione di più giorni; Netanyahu ha annunciato in Cisgiordania un'operazione «la più grande dal 1967» (The Times of Israel). Wafa riferisce la demolizione di edifici nel quartiere di Farsh al-Hawa, il ministero degli Esteri palestinese, citato da Xinhua, condanna una «punizione collettiva» e il portavoce del segretario generale dell'Onu si dice «estremamente allarmato» per l'intensificarsi della violenza e per le chiusure in Cisgiordania. Il 24 ottobre a Hebron l'esercito ordina con gli altoparlanti, nella notte, lo sgombero di intere zone: il sindaco Youssef al-Jaabari parla con Al Jazeera di circa 2.200 sfollati, il ministro della Difesa Israel Katz di circa 2.000, e il comune segnala circa 35 ettari distrutti o destinati alla demolizione; Katz dice che i residenti non torneranno finché non saranno risolte «tutte le questioni di Hamas a Hebron». Secondo il governatore Khaled Dudin è coinvolto circa un terzo della città. Nella Cisgiordania sotto chiusura totale le forze israeliane entrano in almeno 15 località e arrestano circa 70 palestinesi; B'Tselem afferma che le misure possono configurare crimini di guerra (The National Desk, Afp/Taipei Times). Il 16 ottobre, in Cisgiordania, coloni mascherati aggrediscono ad Abu Falah palestinesi impegnati nella raccolta delle olive e la fotoreporter del Washington Post Heidi Levine; secondo l'Onu, citata da Agenzia Nova, tra gennaio e agosto gli attacchi di coloni sono stati oltre 1.600. Il 17 ottobre a Taybeh, villaggio a maggioranza cristiana a est di Ramallah, coloni mascherati aggrediscono una delegazione di diplomatici di Francia, Belgio e Polonia; l'Ue chiede «piena responsabilità» e l'Ocha, ripreso da Al Jazeera, conta già quasi 200 attacchi legati alla raccolta delle olive, più dei 185 dell'intera stagione 2025. Lo stesso 10 ottobre il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha rinviato all'11 settembre 2027 le elezioni legislative previste per novembre 2026, che si terranno insieme alle presidenziali (fonte: Al Jazeera).
Quando la guerra distrugge anche la possibilità di vivere
La guerra non produce soltanto morti immediate.
Produce anche fame, malnutrizione, malattie, perdita dell'abitazione, perdita del lavoro, interruzione della scuola e distruzione dei sistemi sanitari.
OCHA ha continuato a documentare nel 2026 condizioni umanitarie estremamente difficili nella Striscia.
Anche l'agricoltura è stata duramente colpita: terreni, serre, pozzi e infrastrutture agricole sono stati distrutti o sono diventati difficili da raggiungere.
La Palestina oltre Gaza
La questione palestinese non riguarda soltanto Gaza.
In Cisgiordania continuano l'espansione degli insediamenti, le operazioni militari, le restrizioni alla mobilità, le demolizioni e gli attacchi dei coloni.
OCHA ha documentato nel 2026 nuovi casi di violenza dei coloni, sfollamento e distruzione di proprietà palestinesi.
Secondo OCHA, dall'inizio del 2026 oltre mille palestinesi sono rimasti feriti in attacchi di coloni nella Cisgiordania occupata.
Human Rights Watch ha inoltre documentato come la violenza dei coloni contribuisca allo sfollamento forzato di comunità palestinesi.
Il 12 ottobre 2026 l'Alta corte di giustizia israeliana ha ordinato a ministero della Difesa ed esercito di presentare entro il 23 novembre un calendario per il rientro degli abitanti nei campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, svuotati dall'operazione «Muro di ferro» del gennaio 2025, pur riconoscendo che oggi non ci sono le condizioni di sicurezza per un ritorno immediato; secondo i dati Onu depositati in giudizio e riportati da The Media Line, oltre 33mila persone non possono ancora tornare a casa. Il ministro della Difesa Israel Katz ha replicato che la presenza dell'esercito nei campi è «permanente» (fonti: The Times of Israel, The Media Line).
La perdita progressiva del territorio
Per molti palestinesi il problema centrale non è soltanto la guerra, ma la trasformazione geografica del territorio.
La costruzione e l'espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania hanno modificato la distribuzione della popolazione e la continuità territoriale palestinese.
Strade, aree militari, insediamenti e sistemi di controllo dividono fisicamente il territorio.
Questo è uno dei motivi per cui la questione degli insediamenti è centrale nel dibattito sulla possibilità di creare uno Stato palestinese territorialmente continuo.
Hamas non è la Palestina
Hamas nasce nel 1987 durante la Prima Intifada come movimento islamista palestinese.
Nel corso degli anni sviluppa una struttura politica, sociale e militare.
Hamas considera la resistenza armata una componente fondamentale della propria strategia.
L'organizzazione ha compiuto attacchi contro civili israeliani, attentati e presa di ostaggi, azioni che costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale.
Ma attribuire le azioni di Hamas all'intera popolazione palestinese è un errore.
Milioni di palestinesi non appartengono a Hamas e non hanno alcun controllo sulle sue decisioni.
Milioni di palestinesi fuori dalla Palestina
La storia palestinese è anche una storia di diaspora.
Una parte enorme della popolazione palestinese vive fuori dalla Palestina storica.
Le comunità più numerose si trovano in Giordania, Libano e Siria, oltre che nei Paesi del Golfo, in Europa, nelle Americhe e in altri Paesi.
Per molti palestinesi della diaspora il legame con la Palestina viene mantenuto attraverso la famiglia, la lingua, la cucina, la musica, la religione, la memoria dei villaggi d'origine e la conservazione dei nomi dei luoghi.
La diaspora è quindi parte integrante della storia palestinese contemporanea.
Un popolo non è soltanto una guerra
La Palestina possiede una tradizione culturale molto più ampia del conflitto.
Letteratura, poesia, musica, cucina, artigianato, ricamo tradizionale, agricoltura, architettura e memoria familiare costituiscono elementi fondamentali dell'identità palestinese.
Il ricamo tradizionale palestinese, la tatreez, è uno degli elementi culturali più riconoscibili.
Anche la poesia ha avuto un ruolo enorme nella costruzione dell'identità nazionale palestinese.
Tra gli autori più conosciuti figura Mahmoud Darwish, la cui opera è strettamente legata ai temi dell'esilio, della terra, dell'identità e della perdita.
Cosa ha subito la popolazione palestinese?
Nel corso di oltre un secolo, le popolazioni palestinesi hanno attraversato esperienze molto differenti.
- perdita di terre e proprietà;
- espulsioni e fuga durante la guerra del 1948;
- vita da rifugiati per generazioni;
- occupazione militare dopo il 1967;
- confische e demolizioni;
- espansione degli insediamenti;
- restrizioni alla mobilità;
- arresti e detenzioni;
- violenza dei coloni;
- operazioni militari;
- attentati e violenze commessi da gruppi palestinesi;
- divisione politica interna;
- blocco e isolamento di Gaza;
- guerre ricorrenti;
- sfollamento;
- distruzione delle infrastrutture;
- mancanza di uno Stato palestinese sovrano.
Non tutte queste esperienze riguardano tutte le persone palestinesi nello stesso modo. Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est, Israele, Giordania, Libano e diaspora hanno storie differenti.
Dove si trova oggi il popolo palestinese?
| Area | Situazione |
|---|---|
| Gaza | Popolazione devastata dalla guerra, distruzione enorme delle infrastrutture, sfollamento e gravissima crisi umanitaria. |
| Cisgiordania | Territorio occupato, caratterizzato da insediamenti israeliani, controllo militare, restrizioni alla mobilità e violenza dei coloni. |
| Gerusalemme Est | Territorio occupato da Israele dal 1967 e oggetto di una disputa fondamentale sul futuro della città. |
| Israele | Comunità arabe palestinesi con cittadinanza israeliana, discendenti anche della popolazione rimasta nel territorio dopo il 1948. |
| Giordania, Libano, Siria | Grandi comunità di rifugiati palestinesi e loro discendenti. |
| Diaspora mondiale | Milioni di palestinesi residenti fuori dal Medio Oriente. |
La questione palestinese non è ancora risolta
Dopo quasi ottant'anni dalla Nakba, il popolo palestinese non dispone ancora di uno Stato indipendente e pienamente sovrano riconosciuto e funzionante su un territorio palestinese continuo.
Restano aperte le questioni dei confini, di Gerusalemme, degli insediamenti, dei rifugiati, della sicurezza, del controllo territoriale, di Gaza e del futuro politico palestinese.
Perché questa storia non può essere ridotta al 7 ottobre
Il 7 ottobre 2023 è un evento decisivo e terribile nella storia recente del conflitto.
Le uccisioni di civili israeliani e la presa degli ostaggi devono essere documentate e condannate.
Ma la storia del popolo palestinese non comincia quel giorno.
Per comprendere la società palestinese contemporanea bisogna conoscere almeno il Mandato britannico, la Nakba del 1948, la nascita della popolazione rifugiata, la guerra del 1967, l'occupazione, gli insediamenti, le Intifada, Oslo, la divisione tra Fatah e Hamas, il blocco di Gaza e le guerre successive.
Senza questa storia è impossibile comprendere perché la questione palestinese continui a essere uno dei conflitti più irrisolti della politica internazionale.
Fonti principali
Il dossier distingue i fatti storici dalle interpretazioni politiche e utilizza principalmente fonti istituzionali e documentazione internazionale.
- Nazioni Unite – Question of Palestine: cronologia storica, Mandato britannico, partizione, 1948, 1967 e sviluppo della questione palestinese.
- Nazioni Unite – Nakba: documentazione sulla deportazione, fuga e perdita delle proprietà palestinesi durante la guerra del 1948.
- UNRWA: documentazione sui rifugiati palestinesi e sulle condizioni delle comunità palestinesi assistite dall'agenzia.
- OCHA – Occupied Palestinian Territory: dati aggiornati su Gaza, Cisgiordania, vittime, sfollamenti, demolizioni, insediamenti e situazione umanitaria.
- Corte internazionale di giustizia – ICJ: parere consultivo del 19 luglio 2024 sulle conseguenze giuridiche delle politiche e delle pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati.
- Organizzazione Mondiale della Sanità – WHO: documentazione sulla situazione sanitaria e sulle strutture mediche nei territori palestinesi.
- UNICEF: documentazione sulla situazione dei bambini palestinesi.
- UNESCO: documentazione sul patrimonio culturale palestinese.